Il Sasso Naticarello

Tra i faggi del Monte Cimino c'è un masso di circa duecento tonnellate che da secoli stupisce chi lo vede dondolare.

Il Sasso Naticarello, chiamato da secoli anche Rupe Tremante, sta a pochi passi dal parcheggio della Faggeta Vetusta ed è una delle mete più conosciute del Monte Cimino. In questa pagina scopri dove si trova, perché si muove, quanto è grande, quali nomi ha avuto nel tempo e che cosa ne hanno scritto viaggiatori e studiosi dal Cinquecento a oggi, con i riferimenti alle fonti raccolti in fondo alla pagina.

Vuoi camminare nella Faggeta? Percorsi, mappe e tracce da scaricare sono nella pagina dei sentieri, qui sotto trovi invece la storia di questo masso.

circa 7 m

di lunghezza del masso[11]

circa 200 t

il peso stimato, tra le 170 e le 250 tonnellate[3][11]

954 m

di quota sul livello del mare[11]

500 anni

da quando il masso viene descritto nei libri[5]

Un Masso Che Dondola

Il Sasso Naticarello è un masso di roccia vulcanica lungo circa sette metri, largo cinque, alto circa tre[11], che sta a nord della cima del Monte Cimino, al margine del bosco, dove affiorano molti altri grandi massi della stessa roccia, come racconta la pagina sulla Faggeta Vetusta. Quello che lo rende speciale è che poggia su un altro masso in un equilibrio così delicato che basta una leva per farlo dondolare, ragione per cui è famoso fin dal Cinquecento[5].

Il fianco del Sasso Naticarello, il masso in bilico sul Monte Cimino
Il Sasso Naticarello visto di fianco

Dove Si Trova e Come Arrivare

Il Sasso si trova nel comune di Soriano nel Cimino, a una ventina di metri dal parcheggio gratuito in cima alla SP 62 Faggeta, la strada senza uscita che si imbocca dalla SP 32 Colonnetta. Il parcheggio è formato da due grandi piazzali collegati tra loro e il Sasso si raggiunge dal primo che si incontra arrivando, quello più in basso, in fondo al quale c’è una staccionata con una bacheca sulla destra, da dove alcuni scalini scendono nel bosco fino a portarti proprio davanti al masso, mentre poco più in basso, nascosta tra gli alberi, c’è anche una piccola area con tavoli in legno per chi vuole fermarsi a mangiare.

A piedi ci si arriva anche da altre due parti, perché dalla strada provinciale parte un ingresso diretto lungo il sentiero verde dell’Anello del Sasso Naticarello, mentre da sotto si sale con il sentiero nero che lo collega alla sorgente Acqua Grande, entrambi descritti con mappa e tracce da scaricare nella pagina dei sentieri. Il pulsante qui sotto apre la posizione del masso su Google Maps.

La scaletta che dal Sasso Naticarello scende verso la strada provinciale
La scaletta che collega il masso alla strada provinciale

Perché Si Muove

Il masso poggia sulla roccia che ha sotto soltanto in pochi punti, perché la sua parte inferiore è leggermente bombata, per cui tutto il suo peso è sostenuto da pochissimo spazio e basta una piccola forza, data con un palo usato come leva, per farlo dondolare come una culla[4], che è proprio l’immagine usata già nella prima metà del Settecento da chi scrisse la storia di Soriano[5].

Per molto tempo si è pensato che il masso fosse stato lanciato fuori dalla cima durante le eruzioni e fosse poi rotolato fino a fermarsi in bilico, una spiegazione proposta nell’Ottocento[4][5] e ripetuta ancora oggi, ma gli studi di geologia più recenti raccontano una storia diversa. Il Monte Cimino è formato da grandi cupole di lava molto densa, che raffreddandosi si è spaccata in grossi blocchi, poi in tempi lunghissimi la pioggia ha consumato la roccia lungo le crepe smussandone gli spigoli, fino a lasciare grossi massi arrotondati simili a quelli che si vedono nelle montagne di granito[17]. Il Sasso Naticarello è con ogni probabilità uno di questi massi, rimasto appoggiato su un’altra parte della stessa roccia quando l’acqua ha portato via la terra che lo circondava. Il vulcano fu attivo tra circa 1,35 milioni e 900.000 anni fa[12][13], ma nessuno ha mai studiato questo masso in modo specifico, per cui non sappiamo da quanto tempo si trovi in equilibrio come lo vediamo oggi.

Già nel 1855 si scriveva che in passato bastava premerlo con una mano mentre allora serviva uno sforzo maggiore[5], per cui è probabile che col tempo si sia mosso sempre meno, anche se nessuna fonte ne spiega il motivo.

La Leva del Sasso

Per secoli il masso è stato fatto dondolare con un palo di legno usato come leva, che però all’aperto si rovinava, veniva spezzato o spariva del tutto, tanto che negli ultimi anni una leva non c’era più. Nel 2023 La Menica Alta ne ha rimessa una di legno, ma anche questa è stata danneggiata, per cui nel 2024 è stata rifatta in metallo insieme ai fabbri Alessandro e Stefano Marini e ancorata saldamente a un altro sasso a terra, in modo che resti al suo posto. L’associazione si occupa anche della pulizia del masso, della targa, delle staccionate e della scaletta di accesso.

La leva in metallo del Sasso Naticarello rifatta nel 2024
La leva in metallo rifatta nel 2024
La leva in metallo ancorata a terra sotto il Sasso Naticarello
La leva ancorata a terra sotto il masso

Quanto È Grande e Quanto Pesa

Le misure cambiano un poco da chi le ha prese perché il masso ha una forma irregolare, per cui negli ultimi due secoli la lunghezza è stata indicata tra i sei e gli otto metri e mezzo, la larghezza tra i quattro metri e mezzo e i sei, l’altezza tra i due metri e mezzo e i tre e mezzo, mentre il volume risulta tra gli ottantacinque e i cento metri cubi[1][2][3][4][11].

Nessuno lo ha pesato, per cui il peso è sempre una stima: nel 1829 fu stimato in cinquecentomila libbre romane, che sono circa centosettanta tonnellate[3][8], mentre le pubblicazioni di oggi parlano di circa duecentocinquanta tonnellate, un valore che si ottiene considerando un volume di cento metri cubi[11] e una roccia più pesante. Per questo diciamo che il masso pesa tra le centosettanta e le duecentocinquanta tonnellate, perché il peso dipende da quanto è pesante la roccia, che nessuno ha mai misurato su questo masso.

I Nomi del Sasso

Il nome più antico che conosciamo è quello popolare di sasso menicatore o trenicatore, due parole del dialetto della zona che derivano da verbi che vogliono dire scuotere o far tremare[4], mentre nelle descrizioni dell’Ottocento lo si trova anche come Sasso Tremicatore o Rupe Tremante[1][4]. La forma menicarello compare nel 1829[3] e naticarello si trova scritto per la prima volta nel 1912 in uno studio geologico[11], forma che usiamo oggi anche se non sappiamo da dove nasca perché nessuna delle fonti che abbiamo trovato lo spiega.

La targa Sasso Naticarello o Rupe Tremante sul masso coperto di muschio
La targa sul masso

Una Storia Scritta da Cinquecento Anni

All’inizio del Cinquecento il cardinale Egidio da Viterbo, nella sua storia in latino rimasta manoscritta, ricorda che sul Cimino si vede ancora una pietra non piccola che pende su due punti in modo da muoversi con un piccolo urto, non senza la meraviglia di chi la guarda, nel passo più antico che conosciamo[5]. Sulla roccia che gli fa da base sono incisi nomi di visitatori, il più antico dei quali, secondo chi li vide nell’Ottocento, porta l’anno 1570, quando un letterato vi scrisse di essere venuto fin quassù per studiarlo[5].

Nel 1817 diventa oggetto di studio, perché un geologo ne stacca un campione e lo descrive come un grande masso posto in bilico tra i luoghi chiamati Acqua Grande e Valle Giocatora[1], due nomi di cui il primo è con tutta probabilità quello della sorgente che a circa quattrocento metri dal masso porta ancora oggi lo stesso nome. Nel 1827 un professore di Viterbo lo misura con più precisione e spiega come sta in equilibrio[4], mentre nell’Ottocento era la meta di gite da Viterbo, con gruppi che partivano la mattina sugli asinelli per godersi i panorami, la frescura dei boschi e il buon vino delle contrade vicine, per tornare la sera passando da Bagnaia o da Soriano[5]. Nel dicembre del 1894 un gruppo del Club Alpino Italiano di Roma, sceso a piedi dalla cima, si fermò al Sasso Menicarello e fu accolto dal pretore di Soriano, che era venuto a salutarlo[10].

Plinio e la Tradizione

Si legge spesso che il Sasso fosse già famoso nell’antichità e che Plinio il Vecchio lo avesse chiamato naturae miraculum, Varrone totius mundi portentum e un certo Gallo terrestre navigium, ma queste frasi non si trovano in nessuna opera antica che abbiamo potuto consultare. Compaiono per la prima volta nel 1839 in un articolo di giornale[6], senza che sia indicato il libro da cui sarebbero tratte, per poi essere ripetute per quasi due secoli da guide, dizionari e siti[7][9], mentre già nel 1924 e nel 1927 alcuni autori scrissero che con ogni probabilità nessuno dei tre antichi lo aveva visto[15][16].

Plinio parla davvero di una pietra che si muove, nel secondo libro della sua Storia naturale[14], ma è quella di Harpasa, in Asia, che si sposta con un dito mentre resta ferma se la si spinge con tutto il corpo. Nello stesso libro nomina anche il bosco Ciminio, che è la Selva Cimina di cui parliamo nella pagina sulla Faggeta Vetusta. Per questo non scriviamo che Plinio abbia citato il Sasso Naticarello, ma lasciamo qui la tradizione con le fonti, perché è una storia che si racconta da molto tempo e merita di essere conosciuta per quello che è.

Fonti

Testo aggiornato a novembre 2026. Le date e i dati riportati nella pagina si riferiscono alle fonti indicate qui sotto.

  1. Brocchi G. B., Catalogo ragionato di una raccolta di rocce, Milano 1817, p. 161, n. 21
  2. Procaccini Ricci V., Viaggi ai vulcani spenti d’Italia, vol. 2, Firenze 1821, pp. 69-70
  3. Calindri G., Saggio statistico storico del Pontificio Stato, 1829, p. 409
  4. Orioli F., Di una rupe tremante sul monte di Soriano, Antologia, vol. 28, Firenze 1827, p. 298
  5. Orioli F., Il Sasso Menicatore de’ Cimini nel Viterbese, L’Album, tomo 22, Roma 1855, pp. 297-298 (con i passi di Egidio da Viterbo e di Pennazzi)
  6. Corsi D., Il celebre sasso di Soriano, L’Album, anno VI, n. 33, Roma 19 ottobre 1839, p. 259
  7. Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, vol. 101, 1860, pp. 201-202
  8. Strafforello G., La Patria, Provincia di Roma, 1894, p. 655
  9. Germano di San Stanislao, Memorie archeologiche e critiche sopra gli atti e il cimitero di S. Eutizio, Roma 1886, pp. 38-39
  10. Club Alpino Italiano, Rivista mensile, vol. 14, 1895, p. 82
  11. Sabatini V., I vulcani dell’Italia centrale, Memorie descrittive della Carta geologica d’Italia, 1912, pp. 150 e 221
  12. Perugini D., Poli G., The Monte Cimino volcano, Periodico di Mineralogia, vol. 72, 2003, pp. 203-210
  13. Aulinas M. e altri, Coexistence of calc-alkaline and ultrapotassic alkaline magmas at Mounts Cimini, Geologica Acta, vol. 9, 2011, pp. 103-125
  14. Plinio, Historia naturale, trad. di L. Domenichi, libro II, cap. XCVI (copia digitale)
  15. Rovereto G., Forme della terra, 1924, p. 121
  16. L’Universo, vol. 8, Istituto Geografico Militare, 1927, p. 1158
  17. Cimarelli C., de Rita D., Nota illustrativa alla Carta della geodiversità in aree vulcaniche, Agenzia Regionale Parchi, 2008, p. 46