Dentro la Faggeta
Qui non ti raccontiamo soltanto dove andare, ma ti aiutiamo a capire quello che stai guardando.
Quando entri nella Faggeta Vetusta del Monte Cimino hai subito la sensazione di trovarti in un mondo magico, circondato da alberi imponenti e grandi massi di lava, ma basta percorrere i sentieri per capire che dietro ogni dettaglio si nasconde una storia profonda.
Ti sei mai chiesto perché quel giovane faggio cresce così lentamente all’ombra dei più grandi, o perché quel tronco caduto è stato lasciato proprio dov’è? Sapevi che uno di quei massi, pur pesando centinaia di tonnellate, può oscillare con una semplice leva, mentre la vetta, che sembra deserta, nasconde un abitato di tremila anni fa?
Tutti questi indizi compongono un unico racconto, che parte da un vulcano ormai spento, attraversa le glaciazioni e arriva fino alle persone: le comunità dell’età del Bronzo, i Romani che temevano la Selva Cimina, gli allevatori e gli abitanti di Soriano che per secoli hanno usato questo luogo per la legna e per il pascolo.
Il risultato è il bosco che attraversi, dove gli alberi possono completare il proprio ciclo di crescita, invecchiamento e morte, una storia che puoi leggere grazie al lavoro di chi studia questi luoghi, come geologi, archeologi ed ecologi forestali. Questa pagina ne raccoglie i risultati, con le fonti a ogni passo, per aiutarti a riconoscere ciò che altrimenti passerebbe inosservato, perché quando sai cosa stai guardando, il bosco non ti sembra più lo stesso.
Nessuno di questi indizi, però, spiega la sorpresa più grande, perché questo bosco sulla cima di un monte della Tuscia fa parte dello stesso patrimonio mondiale dell’UNESCO delle grandi foreste dei Carpazi, non per la sua bellezza, ma per ciò che racconta sulla storia di tutte le faggete d’Europa.
Le tappe del percorso
Da dove vuoi cominciare?
Un bosco rimasto sulla cima
Salendo da Soriano per un lungo tratto si cammina tra i castagni, poi man mano che aumenta la quota compaiono i primi faggi, fino a un punto in cui il cambio è così netto da sembrare un confine tracciato sul terreno. A disegnarlo, però, non è stata soltanto la natura: nei secoli ha contribuito anche il lavoro dell’uomo, che per ricavare legna e castagne ha favorito e coltivato il castagno a quote sempre più alte, fino a occupare terreni dove crescerebbe spontaneamente il faggio[2].
Sopra quel confine comincia la Faggeta vera e propria, che occupa la parte alta del Monte Cimino da circa 950 metri di quota fino alla vetta, a 1.053[1]. Qui incontri faggi dal tronco largo anche più di un metro e alti in media tra i 30 e i 35 metri[2], mentre più in basso il faggio non scompare del tutto: lo trovi qua e là, isolato o in piccoli gruppi, dove il terreno è più profondo e umido[2].
Come è arrivato il faggio su questa cima, che domina l’apparato vulcanico dei Monti Cimini[31]?
Gli studi alla base del piano di gestione della Faggeta propongono una spiegazione: dopo l’ultima era glaciale i boschi di faggio avrebbero occupato un territorio molto più esteso, scendendo fino a quote molto più basse, quasi al livello del mare. La faggeta che trovi sulla cima potrebbe quindi essere una delle tracce rimaste di quella distribuzione più ampia. Il piano porta a sostegno anche piante come l’agrifoglio, considerate eredi di una vegetazione molto antica[2].
Già i Romani conoscevano questi boschi: Tito Livio, nel raccontare la campagna militare del 310 a.C., descrive la Selva Cimina più impraticabile e più paurosa delle foreste della Germania[4]. Gli alberi che attraversi non sono quelli che i Romani temevano, ma la Faggeta viene considerata ciò che resta di quell’antica selva[5]: dietro i suoi faggi c’è una storia forestale molto più lunga della loro vita.
Perché l’UNESCO l’ha scelta?
Per capirlo bisogna allontanarsi dalla zona del Cimino e guardare l’intera Europa. Durante le ultime glaciazioni il clima cambiò così profondamente che le faggete si ritirarono in alcune zone più meridionali del continente, dove riuscirono a sopravvivere. Quando i ghiacci cominciarono a ritirarsi, circa 11.000 anni fa, i faggi ripresero a espandersi fino a occupare gran parte dell’Europa, in un’espansione che con modalità diverse continua ancora[6].
L’UNESCO ha riunito in un unico sito le faggete che meglio raccontano questa espansione: 93 foreste in 18 Paesi, cresciute in condizioni molto diverse, dalle zone vicine al livello del mare fino alle quote più alte raggiunte dal faggio. Le accomuna l’essere rimaste poco disturbate dall’uomo, quanto basta per conservare processi naturali che altrove sono stati profondamente modificati[6]. Dal 2017 ne fa parte anche la Faggeta Vetusta del Monte Cimino[6]. Il patrimonio UNESCO vero e proprio è la core area, cioè l’area centrale: 57,54 ettari di faggeta, la parte più protetta, dove valgono le regole più severe[34][17]. Intorno si stende una zona cuscinetto di 87,96 ettari, un’area con limiti propri che serve a difendere la core area da ciò che accade ai suoi margini[34][35]. È una distinzione da tenere a mente, perché da essa dipende che cosa puoi fare lungo i sentieri.
Oltre che dall’UNESCO, la Faggeta è tutelata anche dall’Unione Europea, perché fa parte della Rete Natura 2000, l’insieme delle aree in cui l’Europa protegge gli ambienti e le specie più preziosi del continente. Rientra infatti nel sito «Monte Cimino (versante nord)», che si estende per 975 ettari tra Soriano nel Cimino, Vitorchiano e Viterbo ed è insieme una Zona Speciale di Conservazione (ZSC), istituita per difendere habitat e specie di interesse europeo, oltre che una Zona di Protezione Speciale (ZPS), pensata in particolare per gli uccelli[14]. Nei documenti meno recenti lo troverai indicato anche come SIC, Sito di Importanza Comunitaria, la sigla che aveva prima di diventare ZSC[2][14].
La Faggeta di Soriano aggiunge a questo racconto un elemento particolare: qui il faggio cresce su suoli vulcanici, sulla cima del rilievo più alto dei Monti Cimini, in un bosco dove molti alberi hanno tra 150 e 250 anni[1] e alcuni sono ancora più vecchi, come il Faggio Secolare, che ne ha circa 300[8]. Camminando tra questi tronchi puoi osservare una parte dello stesso ciclo naturale che ha accompagnato l’espansione del faggio dopo le glaciazioni, fatto di alberi che nascono, crescono, invecchiano e muoiono, lasciando spazio alle generazioni successive e restituendo lentamente la propria materia al terreno[6].
La Faggeta che attraversi è quindi il frutto di più forze insieme: il clima che ha cambiato la distribuzione del faggio, la natura che ha continuato a far evolvere il bosco e le persone che per secoli hanno modificato il paesaggio intorno a esso.
Quando un bosco diventa vetusto
Davanti ai faggi più grandi viene naturale pensare che la Faggeta sia vetusta perché i suoi alberi sono molto vecchi, ma l’età racconta solo una parte della storia: un bosco vetusto è un bosco che ha potuto evolversi a lungo senza subire disturbi importanti, tanto che al suo interno convivono alberi giovani, adulti, vecchi e morti in una continuità tra crescita, invecchiamento e decomposizione che lo rende ricco e complesso.
La stessa idea si ritrova nella legge italiana, che con il Testo unico in materia di foreste e filiere forestali (D.Lgs. 34/2018) considera vetusto un bosco formato da specie nate spontaneamente e tipiche di quel territorio, rimasto senza disturbi da almeno sessant’anni e per questo ricco di una varietà di vita tutta sua, dove le piante nascono e invecchiano da sole senza che sia l’uomo a deciderlo[7].
Per arrivare a essere così, però, la Faggeta del Monte Cimino ha conosciuto a lungo un uso intenso da parte dell’uomo. I primi documenti che la riguardano risalgono all’inizio dell’Ottocento e descrivono un bosco che dava da vivere alla popolazione con la legna da ardere e con il pascolo del bestiame, soprattutto dei maiali, che si nutrivano delle faggiole, i piccoli frutti del faggio. Il diritto di pascolo veniva concesso all’asta e alimentava forti tensioni tra i grandi allevatori e i piccoli proprietari, mentre piante e rami venivano spesso tagliati abusivamente per far mangiare i frutti ai maiali o per procurarsi la legna[8].
Proprio questa gestione, che per molto tempo mantenne la faggeta rada con alberi grandi e distanziati[8], spiega perché gran parte dei faggi abbia più o meno la stessa età[2]. Dal 1830 i tagli diminuirono molto e continuarono solo saltuariamente fino agli ultimi interventi, tra il 1947 e il 1949, dopo i quali si fermarono[8].
Se il bosco ha potuto riprendere il suo corso lo deve anche alla gente di Soriano, perché tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento la Faggeta cominciò a essere apprezzata per la sua bellezza: arrivarono i primi escursionisti e presto nacquero i contrasti tra chi voleva tagliarla e chi voleva conservarla. In quel confronto i sorianesi presero posizione, opponendosi per tutto il Novecento a ogni nuovo intervento[8].
Il risultato di questa lunga storia si legge negli alberi: nel 2005 i ricercatori vi hanno riconosciuto tre generazioni di faggi, con alberi di circa 40 anni accanto ad altri di 125 e ad altri ancora che superano i due secoli[2]. È questo che puoi imparare a vedere camminando qui: non una collezione di grandi alberi, ma un bosco che attraversa tutte le fasi della propria vita.
Il Faggio Secolare
Lungo l’anello che porta il suo nome[9], a un certo punto il sentiero ti mette davanti a un albero che non assomiglia a nessun altro. Mentre i faggi intorno salgono dritti e slanciati fino a 30 o 35 metri[2], il suo tronco resta largo e possente e la chioma, invece di proseguire verso l’alto, si apre in grosse branche che ricordano un candelabro. È il Faggio Secolare, uno degli alberi più longevi della faggeta, con circa 300 anni, un’altezza di circa 21 metri e una circonferenza del tronco di 5,40 metri[8], tanto che per circondarlo servono almeno tre adulti a braccia aperte.
Questa forma così particolare nasce dalla capitozzatura, la pratica con cui un tempo si tagliavano i rami all’attaccatura con il tronco per contenere la crescita della chioma e ricavare foraggio per gli animali al pascolo. Non è più consentita e gli alberi ora vengono lasciati liberi di crescere e di compiere il loro ciclo[8]. Questo faggio è anche uno degli alberi «salvati» dall’ultimo taglio, in un bosco da cui ancora tra il 1947 e il 1949 furono portati via quasi 1.400 faggi del versante nord[8]. Se ti avvicini, i nodi sul tronco e sulle branche ti mostrano in un solo albero tutta la storia che hai letto finora: il pascolo, i tagli e poi la scelta di lasciarlo vivere.
Per arrivarci puoi seguire la mappa dei sentieri della Faggeta, dove il Faggio Secolare è il punto numero 6 e il percorso che lo raggiunge è segnato in fucsia con frecce dello stesso colore lungo il sentiero: è un itinerario turistico, adatto anche alle famiglie, anche se la mappa sconsiglia di affrontarlo con il passeggino.
Quando un faggio cade
Prima o poi, lungo il sentiero, incontri un faggio a terra, a volte spezzato a metà, altre volte ribaltato con tutta la zolla di radici sollevata. Vale la pena fermarsi a guardare quella zolla, perché racconta come vive questo albero: il faggio tiene le radici poco in profondità, concentrate sotto la chioma[10], così nelle giornate di vento forte anche un grande albero può cadere, a volte insieme ad altri vicini, come il Piano di gestione del 2008 ha registrato in diversi casi[2].
Quando succede, dove prima c’era ombra arriva di colpo una luce di cui approfittano per primi soprattutto i rovi[11] e i sambuchi, come vedi lungo i sentieri, mentre sotto di loro c’è già chi aspettava quel momento: i giovani faggi nati all’ombra degli alberi più grandi. Il faggio, infatti, è tra gli alberi a foglia larga quello che più di tutti sa vivere all’ombra, tanto che le sue piantine crescono bene a mezz’ombra, sotto le chiome degli alberi adulti, ma dopo una decina d’anni hanno bisogno di piena luce per continuare a crescere[10], per cui lo schianto di un grande albero, aprendo uno spazio di luce nel bosco, è proprio l’occasione che stavano aspettando.
Così, schianto dopo schianto, un bosco nato in gran parte da alberi della stessa età diventa più vario[2]. Quello che sembra un danno è in realtà il modo in cui la faggeta si rinnova, anche se proprio la facilità con cui i faggi cadono nelle giornate di vento è il motivo per cui, con l’allerta meteo, nel bosco non si entra.
Perché gli alberi caduti restano nel bosco
Accanto ai faggi vivi ne vedrai altri morti, alcuni ancora in piedi, altri a terra coperti di muschio e di funghi. Viene spontaneo chiedersi perché nessuno li porti via, visto che sembrano togliere bellezza al bosco e che, ormai caduti, potrebbero almeno diventare legna da ardere. La risposta è che un albero morto continua a essere prezioso per la faggeta: per moltissimi esseri viventi è casa e dispensa insieme, tanto che fino a 4.000 specie dipendono dal legno morto. Eppure nei boschi europei il legno morto è spesso scarso: nell’Unione Europea, quando contava 28 Paesi, se ne trovavano in media 11,9 metri cubi per ettaro, cioè su una superficie poco più grande di un campo da calcio, meno dei 20-50 metri cubi che alcuni studi indicano come quantità minima[12].
Un tronco impiega decenni a sparire e in tutto questo tempo cambia continuamente abitanti: prima arrivano funghi e insetti, poi la corteccia si stacca e il legno, sgretolandosi, offre riparo a piccoli mammiferi, rettili e anfibi, finché i funghi lo trasformano in humus, la terra scura che nutre il bosco[13]. Anche gli alberi morti rimasti in piedi hanno un ruolo importante, tanto che le misure di conservazione del sito chiedono di lasciarli dove sono, insieme agli alberi più vecchi, perché ospitano insetti protetti come il cervo volante e lo scarabeo eremita[14].
Lasciarli nel bosco, però, non è sempre stata la regola: anche dopo il 1949, quando i tagli si erano ormai fermati, per un certo periodo gli alberi abbattuti dal vento o morti continuarono a essere portati via[8]. Da alcuni decenni vengono invece lasciati dove cadono, una scelta che il progetto di manutenzione della rete escursionistica redatto nel 2025 conferma e rafforza: quando un ramo o un tronco cade sul sentiero lo si sposta quanto basta a liberare il passaggio, mentre il resto rimane nel bosco[9], così che il sentiero resti percorribile e il bosco possa continuare il suo ciclo. Quello che a prima vista può sembrare trascurato è dunque una parte essenziale di una faggeta vetusta.
Perché sotto i faggi crescono poche piante
In estate, se guardi a terra sotto le grandi chiome, noterai che crescono poche piante e che il suolo è coperto soprattutto di foglie. Il motivo è doppio: la chioma del faggio lascia passare pochissima luce e le sue foglie, che si decompongono più lentamente di quelle di altri alberi a foglia larga, formano sul terreno uno strato spesso[10].
Se torni in primavera, però, troverai un altro bosco, perché prima che le foglie dei faggi si aprano il sole riesce ad arrivare fino a terra ed è il momento dei bucaneve e delle primule[11], che approfittano di questa breve stagione di luce per fiorire. Un’altra sorpresa arriva all’inizio dell’autunno, quando a tratti il tappeto di foglie si colora del rosa lilla dei ciclamini, che fioriscono a gruppi proprio sotto i faggi. Il sottobosco, insomma, non è vuoto, ma cambia con le stagioni e con la luce che riesce a passare tra le chiome.
Chi abita la Faggeta
Puoi camminare per ore nella Faggeta senza incontrare un animale, eppure il bosco è abitato. Qui vivono il tasso, l’istrice, il cinghiale e il capriolo, insieme allo scoiattolo, che però non è facile vedere[2][11], mentre il lupo frequenta la zona soprattutto per procurarsi il cibo. Quando cala il buio a cacciare sono il gufo, l’allocco, l’assiolo e la civetta[11], mentre tra gli anfibi la scheda della rete europea delle faggete ricorda la salamandrina dagli occhiali, un piccolo anfibio che vive soltanto in Italia[1].
È stata proprio la presenza di uccelli rari a far riconoscere il sito come Zona di Protezione Speciale. Tra i rapaci dei boschi sono segnalati il nibbio bruno e il falco pecchiaiolo, che nidifica nelle aree vicine e si nutre soprattutto delle larve di vespe andando a cercarne i nidi, mentre d’inverno arriva il lanario, un falco considerato in pericolo in Italia. Tra gli uccelli che hanno motivato la tutela c’è anche il succiacapre, che si muove di notte a caccia di insetti[2]. Camminando tra i faggi capita poi di sentire il picchio, che cerca il suo cibo nel legno degli alberi.
Molto più facile è imbattersi nei segni del loro passaggio, come un’impronta nel fango, le fatte, cioè gli escrementi che molti animali lasciano lungo i sentieri, una buca scavata nel terreno o una penna caduta tra le foglie. Gli abitanti più importanti, però, restano in gran parte nascosti: sono i funghi, di cui vedi soltanto la parte che spunta dal legno o dal terreno, come nelle foto qui sotto, mentre il resto lavora al riparo decomponendo legno e foglie e restituendo al suolo il nutrimento che gli alberi useranno di nuovo[13]. Per questo un bosco vetusto non si misura soltanto dagli alberi vivi, ma anche da quello che succede quando un albero muore.
I massi di lava
Tra i faggi emergono grandi massi arrotondati e coperti di muschio, così lontani l’uno dall’altro da sembrare lanciati da un’esplosione, anche se la loro storia è molto più lenta ed è legata al vulcano su cui cresce la Faggeta. Il Cimino è infatti un vulcano spento, attivo tra 1,35 milioni e 800.000 anni fa[3], nato prima dei vicini vulcani di Vico, dei Vulsini e dei Sabatini e in modo del tutto indipendente da loro[2], con una storia che si può riassumere in tre fasi[36].
All’inizio un magma molto denso risalì verso la superficie senza riuscire a scorrere, per cui si accumulò in cupole di lava, che i geologi chiamano domi[36]. Se ne riconoscono ancora più di cinquanta, ognuna diventata un rilievo, dalle alture più basse fino a veri e propri monti[2], tra i quali il più alto è proprio il Monte Cimino, sulla cui cima si trovano anche le cupole meglio conservate[15][31]. Vennero poi le eruzioni esplosive, con nubi ardenti di cenere, pomici e gas che scesero lungo i fianchi del vulcano e, depositandosi ancora caldissime, si saldarono nel peperino, la pietra grigia di tanti edifici del Viterbese[15][36], diversa dal tufo, che nei dintorni dei Cimini arrivò molto più tardi con le eruzioni del vicino vulcano di Vico[2][15]. Infine colate di lava più fluida chiusero l’attività del vulcano[36].
I grandi massi della Faggeta non sono quindi stati scagliati da quelle esplosioni, ma si sono formati lentamente dalla lava che compone il monte, proprio lì dove li vedi o poco più a monte[15][38]. Quando questa lava si raffreddò diventò una roccia dura e compatta, che però, restringendosi, si spaccò in tante crepe, un po’ come fa il fango quando si secca al sole, dividendo la roccia in grandi pezzi[15].
Per un tempo lunghissimo la pioggia si è infiltrata in queste crepe, trasformando a poco a poco la roccia che toccava in una terra sbriciolata, così ogni pezzo si è consumato dall’esterno verso l’interno, a cominciare dagli spigoli, che l’acqua raggiungeva da più lati, fino ad arrotondarsi, mentre al suo interno restava una pietra ancora dura[37][38]. Alla fine, sotto la superficie del monte, si ritrovarono grandi pietre tonde immerse nella terra sbriciolata, un po’ come le nocciole in una tavoletta di cioccolato.
Poi la pioggia, scorrendo sui pendii, ha portato via questa terra un po’ alla volta, abbassando il terreno e facendo affiorare le pietre, che erano più dure e sono rimaste al loro posto[38]. Per questo i massi sono così lontani l’uno dall’altro e intorno non trovi altre rocce, perché tra una pietra e l’altra c’era solo terra, che l’acqua si è portata via, mentre ogni masso è tanto più grande quanto più erano distanti le crepe che lo separavano dagli altri[38]. Sui pendii, inoltre, un masso può scivolare o rovesciarsi verso valle quando la pioggia scava il terreno su cui poggia[38].
Il più famoso è il Sasso Naticarello, un masso di circa 250 tonnellate conosciuto anche come sasso «menicante»[3] o Rupe Tremante, perché nonostante il suo peso basta una leva per farlo oscillare. In origine la leva era di legno, ma con il tempo si rompeva oppure veniva spezzata dai vandali, per cui è stata sostituita da una leva di ferro.
Se ti avvicini ai massi, guardali senza toccarli, perché muschi e licheni, che danno al bosco il suo aspetto da fiaba, soffrono il contatto, tanto che sui massi usati per il bouldering, cioè l’arrampicata senza corda su blocchi bassi, si trovano meno specie e meno copertura vegetale, soprattutto dove si appoggiano mani e piedi[16].
Per questo il bouldering non è compatibile con il regolamento della core area, che chiede di non toccare né rimuovere gli elementi naturali[17], mentre chi lo pratica trova settori dedicati nei dintorni, fuori dalla core area, tra il paese e la vetta[18]. Per l’arrampicata con la corda c’è invece la falesia «Dd’i Fonno de la Botte», sul sentiero CAI 123A.
Tremila anni sotto i faggi
Quando arrivi in vetta, a 1.053 metri, ti trovi sul punto più alto della Tuscia[19], in una posizione che domina tutta l’Etruria meridionale[20], circondato soltanto dal bosco, ma in realtà stai camminando sopra i resti di un abitato di circa tremila anni fa.
Già alla fine dell’Ottocento sulla cima era stata descritta un’imponente cinta di pietre[19], ma solo nel 2009 sono cominciati gli scavi, quando la Sapienza Università di Roma, insieme alla Soprintendenza, ha iniziato a riportare alla luce un insediamento dell’età del Bronzo Finale, abitato all’incirca tra la metà del XII e la metà del X secolo a.C.[19].
L’abitato occupava un ampio pianoro di circa 5 ettari difeso da una cinta di pietre. Sopra il pianoro si alzava l’acropoli, cioè la parte più alta e meglio protetta dell’insediamento, un’area più piccola di circa mezzo ettaro chiusa da una seconda cinta, al cui interno si trovava la vetta[19][20]. Proprio sulla vetta gli archeologi hanno trovato i resti di un complesso monumentale, probabilmente legato al culto, con spessi strati di carbone che fanno pensare a riti accompagnati da grandi fuochi[19].
Alla fine dell’età del Bronzo l’abitato fu abbandonato, forse perché nel frattempo stavano nascendo i grandi centri da cui sarebbero sorte le città etrusche[19], ma il luogo non fu dimenticato, perché in epoca etrusca la cinta dell’acropoli venne riutilizzata in più fasi, l’ultima tra la fine del IV e l’inizio del III secolo a.C.[19]. Molti secoli dopo, nel Novecento, il Genio Militare costruì sulla vetta la torre che vedi accanto all’area di scavo[19], ricostruita nel 1950 dal Comune di Soriano nel Cimino insieme all’Istituto Geografico Militare, come ricorda l’insegna sopra la porta.
Sotto i faggi si conserva quindi un archivio di storia da proteggere, per cui la manutenzione dei sentieri in vetta richiede il nulla osta della Soprintendenza, cioè la sua autorizzazione[9].
Il foliage, quando il bosco cambia colore
Se torni nella Faggeta in stagioni diverse, ti sembrerà ogni volta di entrare in un bosco diverso, perché in primavera, prima che spuntino le foglie, la luce arriva fino a terra, d’estate le chiome chiudono il cielo, mentre in autunno arriva il momento più atteso, quello del foliage, quando l’intero bosco cambia colore.
Sul Monte Cimino il foliage raggiunge di solito il suo momento migliore tra i primi e la metà di novembre, quando le chiome passano dal verde al giallo, all’arancio, fino al ramato, con sfumature che possono cambiare anche tra un faggio e quello accanto[22]. La data esatta, però, varia ogni anno, perché una primavera tardiva o un’estate molto secca possono ritardare il foliage anche di qualche settimana[21].
Dietro questi colori c’è un meccanismo legato alla lunghezza delle notti, perché quando le notti si allungano l’albero smette a poco a poco di produrre la clorofilla, la sostanza che colora di verde le foglie, lasciando così emergere il giallo e l’arancio, colori che erano nella foglia tutto l’anno ma restavano nascosti dal verde[21]. Nel faggio a questi si aggiungono i toni dorati e bruni dei tannini, altre sostanze contenute nelle foglie[22].
L’intensità dei colori dipende invece dal tempo, per cui il risultato non è mai uguale da un anno all’altro, visto che i colori più belli arrivano dopo giornate calde e soleggiate seguite da notti fresche ma non gelide, mentre una gelata può rovinare le foglie e spegnerne i colori[21][22].
Un bosco che fa bene
Che camminare in un bosco faccia bene lo sentiamo un po’ tutti, ma sul Cimino si è provato anche a misurarlo, grazie a uno studio dell’Ente Monti Cimini e del CNR, il Consiglio Nazionale delle Ricerche, che nella Faggeta ha individuato un percorso di circa un chilometro dedicato al benessere nel bosco, tra i primi due in un’area protetta del Lazio[23]. Lungo il sentiero trovi cartelli che ti suggeriscono semplici attività da fare anche da solo, mentre la vera terapia forestale si svolge solo con professionisti[23].
Lungo il percorso i ricercatori hanno trovato un’aria pulita, priva degli inquinanti prodotti da traffico e industrie, nella quale i monoterpeni, sostanze naturali che le piante liberano nell’aria, sono presenti nelle quantità tipiche dei boschi di montagna e potrebbero contribuire anch’essi al tuo benessere[23].
Nelle persone che hanno partecipato alle sessioni guidate sono stati misurati miglioramenti significativi dell’ansia, dell’umore e dell’autostima, molto più evidenti quando a condurre il gruppo erano psicoterapeuti formati sul metodo, anche se il beneficio cambia da persona a persona e nasce dall’insieme di tanti elementi, come il paesaggio, la quiete, la luce e la camminata lenta[23].
Proprio per questi risultati, l’obiettivo della sperimentazione è far entrare nel tempo la terapia forestale nel servizio sanitario, arrivando a una sorta di prescrizione verde, con la quale il medico possa consigliare ai pazienti alcune sessioni nel bosco come aiuto alle cure, mai come loro sostituto[23][39][40]. Secondo una prima stima, sui percorsi del Cimino e del Monte Fogliano un programma annuale di sessioni guidate farebbe risparmiare al servizio sanitario circa 10.000 euro a persona, un valore che dovrà però essere confermato da studi più ampi[23].
Una montagna che comincia in paese
Un tempo il Monte Cimino, che a Soriano chiamavano semplicemente «la Montagna», era soprattutto una riserva di legna e di pascolo[8], ma almeno dalla fine dell’Ottocento è anche una meta di gite, come testimonia il volantino di una «Gran gita alla vetta del Cimino» del 1889 riprodotto in questa pagina[24].
Da allora salire alla Faggeta è diventato molto più semplice, perché il bosco è attraversato da diversi sentieri, tra cui quelli del CAI, il Club Alpino Italiano, riconoscibili dai segni bianchi e rossi con il numero del sentiero. Tra questi c’è il CAI 103, che fa parte del Cammino Tuscia 103, un lungo itinerario che attraversa la Tuscia da Orte a Tarquinia[26][25], mentre i sentieri CAI 123 e 123A salgono direttamente dal paese e insieme formano il Trekking delle Sorgenti, un anello che parte e arriva al Municipio di Soriano nel Cimino[25].
Dentro la Faggeta trovi anche piccoli percorsi ad anello, segnati con frecce colorate e adatti anche alle famiglie e a chi è poco allenato, che si percorrono in un tempo che va da venti minuti a un’ora e mezza. All’interno della core area tutti questi sentieri sono riservati a chi va a piedi[9], mentre le mappe complete, con lunghezze, dislivelli e tracce da scaricare, le trovi nella pagina della Sentieristica. Di tutti questi sentieri, quelli del CAI come i piccoli anelli, ci occupiamo noi della Menica Alta, cercando di tenerli percorribili nel rispetto della natura che attraversano.
Perché ci sono queste regole
Le regole della Faggeta sono raccolte nel regolamento dei sentieri approvato dal Comune di Soriano nel Cimino nel 2026, che prevede una multa per chi non le rispetta e, nei casi più gravi, il divieto di accedere ai sentieri[17].
Lette di fretta, queste regole possono sembrare soltanto divieti, ma dopo aver attraversato la Faggeta tappa per tappa puoi capire che cosa protegge ciascuna di loro.
Si cammina solo sui sentieri
Il regolamento vieta di uscire dai sentieri per non danneggiare né disturbare l’ambiente naturale[17], per ragioni che si trovano proprio sotto i tuoi piedi. Come hai visto nella tappa sui faggi caduti, le radici del faggio sono poco profonde[10], per cui ogni passo fuori dal sentiero schiaccia il terreno e ne chiude i piccoli spazi in cui circolano aria e acqua, così le radici respirano peggio e la pioggia, invece di entrare nel suolo, scorre in superficie portando via la terra[28]. Fuori dal sentiero rischi anche di calpestare i giovani faggi, che qui sono già pochi[2], mentre restando sul tracciato il passaggio delle persone si concentra su una striscia sottile e il resto del bosco rimane intatto. Per lo stesso motivo nel bosco non si bivacca, perché passare la notte tra i faggi vorrebbe dire uscire dai sentieri, ma per dormire nel bosco c’è il Bivacco dei Menici.
Nella core area non passano le biciclette
Come hai visto, la core area è riservata a chi va a piedi[9][27], anche perché i suoi sentieri sono stretti, molto ripidi e frequentati da famiglie e bambini[9], per cui una bici non solo non avrebbe lo spazio per incrociare gli altri in sicurezza, ma in frenata farebbe slittare le ruote scavando il fondo, che la pioggia porta poi via ancora più facilmente in un bosco umido come questo[29][2].
Fuori dalla core area, invece, la rete comunale offre trail riservati alla mountain bike e tracciati condivisi con chi cammina, ciascuno con le sue regole[9][17], che puoi scoprire con le uscite e la scuola di mountain bike del Team Scapicollo, l’associazione sportiva di Soriano nel Cimino[33], oppure sulla mappa dei trail aggiornata dai biker su Trailforks[32], controllando sempre che il percorso resti fuori dalla core area.
Non si aprono nuovi sentieri, non si rovinano le frecce
Il regolamento vieta di modificare i sentieri e le strutture lungo il percorso[17], perché ogni scorciatoia aperta nel bosco schiaccia il terreno e le giovani piante, diventando presto un solco che la pioggia allarga portando via la terra[28]. Allo stesso modo, una freccia o un cartello rotto, messi e curati dai volontari, lascia senza indicazioni chi viene dopo di te, che rischia di perdersi o di uscire a sua volta dai sentieri.
Prima di partire
Il regolamento chiede di affrontare i sentieri più impegnativi con scarpe da trekking e una scorta d’acqua, portando sempre con te il telefono per le emergenze e una torcia se cammini col buio[17]. Sempre per sicurezza, i minori di 14 anni possono entrare solo con un adulto che li accompagni, così come nessuno può percorrere i sentieri sotto l’effetto di alcol o stupefacenti[17].
Niente pic-nic con tavoli e sedie
I pic-nic con tavoli e sedie sono vietati[27], non perché mangiare durante un’escursione sia un problema, ma perché lo diventa quando un angolo di bosco si trasforma in un’area attrezzata, con tavoli e sedie che finiscono fuori dal sentiero e il suolo calpestato a lungo sempre nello stesso punto. Briciole e avanzi, inoltre, attirano gli animali selvatici, che il regolamento chiede di non avvicinare né nutrire[17].
Si riporta a casa ogni rifiuto, anche bucce e torsoli
Il regolamento chiede di riportare con te i tuoi rifiuti fino ai punti di raccolta, compresi quelli biodegradabili come bucce e torsoli[17], perché un avanzo di cibo lasciato nel bosco non sparisce subito e diventa un richiamo per gli animali selvatici.
Non si raccolgono piante, fiori, funghi
Il regolamento vieta di raccogliere piante, fiori e funghi[17], perché la raccolta senza controllo danneggia la crescita delle nuove piante del bosco[2]. I funghi, poi, sono tra gli organismi che decompongono il legno trasformandolo in terra fertile[13], per cui portarli via toglie al bosco una parte del suo nutrimento.
Cani al guinzaglio, voce bassa
Il regolamento chiede di tenere il cane al guinzaglio per la sicurezza degli altri escursionisti e degli animali selvatici, oltre a tenere basso il volume delle conversazioni, dei telefoni e degli altri dispositivi, per non disturbare né le persone né la fauna[17], perché un cane libero può inseguire o spaventare gli animali, mentre il rumore li allontana dai loro rifugi.
Non si toccano massi, muschi, licheni, resti antichi
Sulla Faggeta hanno competenza più enti, tra cui il Comune di Soriano nel Cimino, che ne regola tra l’altro i sentieri[17], l’Ente regionale Monti Cimini, a cui la Regione ha affidato l’area protetta che comprende tutta la Faggeta[30], oltre alla Soprintendenza, che si esprime sui lavori nella zona archeologica della cima[9]. Una parte della responsabilità, però, spetta anche a chi la attraversa, perché se vuoi che tra cento anni la Faggeta sia ancora come la vedi, tutto comincia da come ti comporti mentre cammini tra i suoi alberi.
Adesso prova a trovarli
Hai letto la storia del bosco, adesso prova a riconoscerla mentre cammini.
Riesci a trovare un faggio giovane che cresce all’ombra di uno più grande?
Trova un masso con il muschio ancora intatto.
Trova un fungo che cresce sul legno, senza raccoglierlo.
Trova sul Faggio Secolare i nodi lasciati dai tagli di un tempo.
Trova una radura aperta da un albero caduto.
Trova un segnavia: su quale sentiero sei?
In autunno, trova una foglia a metà tra il verde e il rame.
Trova un tronco che sta tornando lentamente alla terra.
Leggi la tappa: Perché gli alberi caduti restano nel bosco →
Riesci a vedere una traccia senza vedere l’animale che l’ha lasciata?
Trova il punto in cui i castagni lasciano il posto ai faggi.
Adesso che sai cosa stai guardando, puoi attraversarla in un altro modo.
La Faggeta del Monte Cimino è il risultato di una storia geologica lunga più di un milione di anni, di tremila anni di presenza umana sulla cima, di un lungo periodo di pascolo e di tagli, poi di decenni in cui il bosco ha potuto riprendere il suo corso.
La prossima volta che cammini tra questi alberi, fermati davanti a un tronco caduto, a un giovane faggio, a un masso coperto di muschio, perché non sono semplici cose che si trovano nel bosco, ma sono il bosco stesso.
Come arrivare e dove parcheggiare
La Faggeta si raggiunge in auto percorrendo la SP 62 Faggeta, una strada senza uscita che termina proprio in cima, dove trovi un parcheggio gratuito in cui lasciare la macchina prima di proseguire a piedi. La SP Faggeta si imbocca dalla SP 32 Colonnetta, che sale da Soriano nel Cimino oppure arriva dalla SP 25 Canepinese, collegata a sua volta alla strada Cimina. Lungo la salita incontri anche il Bivacco dei Menici e la Big Bench 331, la prima panchina gigante della provincia di Viterbo.
Se arrivi da Roma conviene percorrere la Cassia Veientana e proseguire per Ronciglione, per poi seguire le indicazioni per Soriano nel Cimino fino al bivio con la SP Faggeta, mentre se arrivi da nord puoi uscire dall’autostrada A1 ad Attigliano o a Orte, raggiungere Soriano nel Cimino e da lì seguire le indicazioni per la Faggeta lungo la SP 32 Colonnetta.
Vuoi conoscerla camminando? Parti da Soriano.
Trekking delle Sorgenti
Un anello che parte e arriva al Municipio di Soriano nel Cimino seguendo i sentieri CAI 123 e 123A, lungo circa 15 km con un dislivello in salita di circa 700 metri.
Trekking Spacca Cimino
Un anello che parte e arriva al Municipio di Soriano nel Cimino e attraversa la Faggeta fino alla vecchia torretta di avvistamento della Menica Alta, lungo circa 14 km con un dislivello di circa 800 metri.
Se vuoi fermarti per la notte, puoi dormire al Bivacco dei Menici.
Fonti
Testo aggiornato a ottobre 2026. Le date e i dati riportati nella pagina si riferiscono alle fonti indicate qui sotto.
- European Beech Forests, scheda Monte Cimino
- Regione Lazio e Agenzia Regionale per i Parchi, Piano di gestione del sito Natura 2000 Monte Cimino (versante nord), documento di sintesi, 2008
- Ministero della Cultura, Direzione regionale Lazio, Faggete vetuste di Soriano nel Cimino e Oriolo Romano
- Tito Livio, Ab Urbe condita, IX, 36
- Faggete Vetuste, scheda Soriano nel Cimino
- UNESCO World Heritage Centre, Ancient and Primeval Beech Forests of the Carpathians and Other Regions of Europe, dichiarazione di Valore Universale Eccezionale
- D.Lgs. 3 aprile 2018 n. 34, Testo unico in materia di foreste e filiere forestali, art. 3, comma 2, lettera s-bis, introdotta dal D.L. 111/2019 convertito dalla L. 141/2019, testo vigente su Normattiva. Per le linee guida: DM 18 novembre 2021, linee guida per l’identificazione dei boschi vetusti, Gazzetta Ufficiale n. 303 del 22 dicembre 2021
- La Menica Alta, rilievi sul Faggio Secolare eseguiti da un agronomo di Soriano nel Cimino, marzo 2023
- Comune di Soriano nel Cimino, Progetto di manutenzione della rete escursionistica, Elaborati 1, 2, 3 e 5, 2025
- Bernetti, Faggio europeo, da «Le piante del bosco»
- Parchilazio, Monte Cimino (versante nord): natura
- European Forest Institute, stato della biodiversità forestale
- Parco regionale dei Castelli Romani, La vita all’interno di un tronco
- Regione Lazio, DGR n. 162 del 14 aprile 2016, misure di conservazione delle ZSC della provincia di Viterbo
- Cimarelli e de Rita, Note illustrative alla carta delle geodiversità in aree vulcaniche, Università Roma Tre e ARP, 2008
- Tessler e Clark, The impact of bouldering on rock-associated vegetation, Biological Conservation 204, 2016
- Comune di Soriano nel Cimino, Regolamento d’uso dei tracciati ad uso escursionistico, versione 2, delibera del Consiglio comunale n. 2 del 3 marzo 2026
- Up-Climbing, Locals only: Soriano nel Cimino
- Barbaro e altri, Monte Cimino (Soriano nel Cimino, VT): un centro fortificato e un complesso cultuale dell’età del Bronzo Finale, Scienze dell’Antichità 17, 2011
- Ministero della Cultura, Catalogo generale dei beni culturali, scheda Monte Cimino
- USDA Forest Service, The science of fall colors
- W.R. Chaney, Why Leaves Change Color: The Physiological Basis, Purdue University Extension, FNR-FAQ-5
- Parchilazio, Le foreste dei Monti Cimini luogo d’elezione per il benessere forestale
- Volantino «Gran gita alla vetta del Cimino», Soriano nel Cimino, Tipografia Capaccini, 1889 (riproduzione fotografica pubblicata in questa pagina)
- Waymarked Trails, rete dei sentieri escursionistici del Monte Cimino (dati OpenStreetMap)
- Cammini d’Italia, Cammino Tuscia 103
- Comune di Soriano nel Cimino, Ordinanza del Sindaco n. 53 del 27 maggio 2020, «Adozione di alcune limitazioni per il rispetto della Faggeta dei Monti Cimini»
- ISPRA, Il suolo, la radice della vita: la compattazione del suolo
- Kuwaczka e altri, Ecological impacts of (electrically assisted) mountain biking, Global Ecology and Conservation 44, 2023
- Regione Lazio, DGR n. 498 del 23 luglio 2019, affidamento della ZSC Monte Cimino all’Ente Monti Cimini
- M. Pirro, M.N. Pagliuca, D. Caprioti, S. Nisio, P.M. Guarino, Un sinkhole nella media valle del Tevere: il lago di Vadimone (Viterbo), Memorie Descrittive della Carta Geologica d’Italia, vol. 93, 2013, pp. 381-392
- Trailforks, Soriano nel Cimino: mappa e stato dei trail di mountain bike
- Team Scapicollo ASD, sito ufficiale
- UNESCO World Heritage Centre, Ancient and Primeval Beech Forests, mappe e superfici delle componenti (Monte Cimino, 1133quinquies-040)
- UNESCO World Heritage Centre, Operational Guidelines, paragrafo 104: definizione di zona cuscinetto
- C. Cimarelli e D. De Rita, Structural evolution of the Pleistocene Cimini trachytic volcanic complex (Central Italy), Bulletin of Volcanology 68, 2006, pp. 538-548
- Geoparque Litoral de Viana do Castelo, Weird granite landforms
- L.R. Alejano, I. Pérez-Rey, X. Estévez-Ventosa, M. Muñiz-Menéndez, J. Arzúa, Fenómenos de inestabilidad natural en macizos rocosos graníticos: laderas en jabre, campos de bolos y bolos irregulares de granito, Boletín Geológico y Minero 132(4), 2021, pp. 375-398
- F. Meneguzzo, T. Re, S. Vivona, F. Cofone, F. Zabini, Aree verdi, terapia forestale e salute, Ecoscienza n. 3, 2026, pp. 41-43
- Il Giorno, Terapia forestale, arriva la «prescrizione verde»